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CJ, l’uomo di Grove Street: storia, crimini e retroscena del protagonista di GTA San Andreas.
Los Santos, 1992. Una città tenuta in ostaggio da gang, droga e poliziotti corrotti. È in questo scenario che rimette piede un ragazzo tornato dopo cinque anni di lontananza. Si chiama Carl Johnson, ma per tutti è semplicemente CJ. È il volto di GTA: San Andreas e uno dei personaggi più riconoscibili che il medium videoludico abbia mai prodotto. Criminale? Senza dubbio. Eroe? Non esattamente. Perché dietro le rapine, le auto rubate e le guerre di quartiere si nasconde forse il protagonista più umano mai scritto da Rockstar. E la sua vicenda è molto più stratificata di quanto sembri a un primo sguardo.
Radici a Grove Street
Carl cresce a Ganton, quartiere di Los Santos modellato sulle periferie di Los Angeles. È uno dei quattro figli di Beverly Johnson: il fratello maggiore Sean, che tutti chiamano Sweet, poi la sorella Kendl e il piccolo Brian. Del padre si sa pochissimo: se ne andò quando i ragazzi erano ancora bambini, e Carl confessa di non conservarne quasi alcun ricordo. Il centro di gravità della sua vita diventa presto Grove Street. È lì che stringe i legami destinati a segnarne la storia: Big Smoke, Ryder e, naturalmente, Sweet. Quando quest’ultimo prende in mano le redini delle Grove Street Families, anche Carl entra ufficialmente nella gang. Poi arriva il 1987, e con esso la frattura. Brian muore in circostanze che il gioco non chiarisce mai del tutto. Sweet è convinto che Carl abbia le sue responsabilità, e il rapporto tra i due si spezza. CJ fa l’unica cosa che gli sembra possibile: se ne va. Si trasferisce a Liberty City per mettere distanza tra sé e la famiglia, la gang e soprattutto il senso di colpa. Per cinque annisopravvive rubando auto per Joey Leone, membro della famiglia mafiosa già nota ai giocatori di GTA III.
Il ritorno che diventa un incubo La fuga, però, ha una scadenza
Nel 1992 il telefono squilla: è Sweet. Beverly è morta, uccisa in una sparatoria. Carl rientra a Los Santos per il funerale, e la trappola scatta prima ancora che possa lasciare l’aeroporto. Ad aspettarlo ci sono tre agenti della CRASH: Frank Tenpenny, Eddie Pulaski e Jimmy Hernandez. Sulla carta dovrebbero combattere la criminalità delle gang. Nei fatti gestiscono un sistema di ricatti, corruzione e omicidi. Tenpenny lo inchioda subito: potrebbe incastrarlo per la morte dell’agente Pendelbury, eliminato proprio da loro perché intenzionato a denunciarli. Quando finalmente raggiunge Grove Street, Carl trova macerie. La famiglia è a pezzi, le Grove Street Families hanno perso terreno e i Ballas controllano ormai gran parte della zona. Sweet non gli ha perdonato la fuga. Eppure CJ decide di restare, e comincia la lenta riconquista del quartiere, isolato dopo isolato, mentre prova a ricucire il rapporto con il fratello. In questa fase entra in scena Cesar Vialpando, fidanzato di Kendl e capo dei Varrios Los Aztecas. Sweet lo guarda con sospetto, appartiene a una gang rivale, ma Carl sceglie di fidarsi. Sarà una delle decisioni più decisive della sua vita.
Il tradimento dentro casa
È proprio Cesar a rivelare la verità che ribalta tutto: Big Smoke e Ryder hanno tradito Grove Street. I due sono in affari con i Ballas e con Tenpenny, e hanno le mani sporche della morte di Beverly. La prova è un’auto, la Green Sabre usata nell’agguato. Carl scopre inoltre che Sweet è caduto in un’imboscata. Cerca di raggiungerlo, ma è tardi: il fratello viene arrestato e finisce in carcere. CJ, dal canto suo, viene portato fuori Los Santos e costretto da Tenpenny a una serie di missioni. È il punto di svolta: da qui in poi la sua vita cambia direzione.
Da soldato di strada a imprenditore
Lontano da Grove Street, Carl smette gradualmente di essere solo il ragazzo che combatte per la propria gang e inizia a costruire qualcosa di suo. Incontra The Truth, hippie eccentrico con la passione per la marijuana, e Catalina, cugina di Cesar, con cui condivide alcune rapine e una relazione che, per usare un eufemismo, finisce malissimo. Durante una gara si aggiudica un garage a San Fierro battendo Catalina e il suo nuovo compagno: Claude, che i fan ritroveranno come protagonista muto di GTA III. Con Cesar e Kendl trasforma quel garage in un’attività vera, e apre una concessionaria che gli fa da copertura per il traffico di auto rubate. Nel frattempo allaccia rapporti con Woozie (Wu Zi Mu), capo delle Triadi di San Fierro, e scopre il Loco Syndicate, l’organizzazione che rifornisce di droga l’impero di Smoke e Ryder. CJ lo attacca dall’interno: elimina uomini chiave, rade al suolo una fabbrica di crack e alla fine uccide Ryder. Ma il colpo di scena vero arriva con Mike Toreno, apparente pezzo grosso del Syndicate che si rivela essere un agente governativo sotto copertura. La sua proposta è semplice: alcune operazioni clandestine in cambio della libertà di Sweet. Carl, ovviamente, accetta.
Area 69, jetpack e delirio totale
Le missioni per Toreno spingono San Andreas in territori sempre più folli. Carl compra una pista d’atterraggio abbandonata, impara a pilotare aerei ed elicotteri e arriva perfino a infiltrarsi nella leggendaria Area 69. Il bottino? Un jetpack sperimentale. È il momento in cui il gioco smette definitivamente di essere solo una storia di gang e diventa il gigantesco parco giochi che tutti ricordiamo. Il potere di CJ, intanto, non fa che crescere. A Las Venturas aiuta Woozie ad aprire il Four Dragons Casino e pianifica un colpo al Caligula’s Palace, dove riaffiorano volti del passato come Ken Rosenberg e Salvatore Leone. L’ex ragazzo di Grove Street è ormai un’altra persona: imprenditore, criminale, uomo d’affari, capace di muoversi con disinvoltura tra gang, mafia, Triadi e agenzie federali.
Allora, CJ è davvero un criminale?
La risposta più immediata è sì. Uccide, ruba, rapina banche e casinò, distrugge proprietà, costruisce buona parte della sua ricchezza sull’illegalità, e se si contano tutte le cose che il giocatore può fargli combinare, il curriculum diventa sterminato. Eppure definirlo un vero villain è complicato. Carl non sembra godere della violenza: mostra paura, rimorso, a tratti esitazione. Torna a Los Santos soprattutto per la madre. Rischia la pelle per salvare Sweet. Lavora per Toreno con un obiettivo su tutti: liberare il fratello. Questo non ne fa un santo, sia chiaro. Man mano la sua ambizione cresce fino a diventare un impero criminale: sabota la carriera di Madd Dogg per favorire OG Loc, si presta a operazioni governative di cui capisce poco o nulla e, quando qualcosa va storto, la soluzione è quasi sempre una pistola. CJ protegge chi considera famiglia, solo che per farlo lascia parecchi cadaveri sulla strada. È esattamente questa contraddizione a renderlo indimenticabile.
La resa dei conti
Quando Sweet torna libero, Carl gli mostra tutto ciò che ha costruito: soldi, attività, contatti, un piccolo impero. Sweet non è impressionato. Anzi, lo accusa di aver ripetuto l’errore di sempre, scappare dalle proprie responsabilità. E in fondo non ha torto: mentre CJ inseguiva il proprio futuro, Grove Street era finita nelle mani di Big Smoke. Così Carl torna a casa. Insieme al fratello riconquista i territori perduti e arriva al confronto finale con Smoke, che paga con la vita. Resta solo Tenpenny: l’inseguimento lo riporta proprio a Grove Street, dove il poliziotto perde il controllo di un camion dei pompieri e precipita da un ponte. Muore nel quartiere da cui tutto era partito. Dopo cinque anni, Carl Johnson è finalmente tornato a casa.
Un CJ diverso per ogni giocatore
Una delle intuizioni più avanti sui tempi di SanAndreas fu lasciare al giocatore il controllo sul corpo del protagonista. Vestiti, capelli, tatuaggi, corporatura: tutto modificabile. Allenandosi in palestra CJ diventava muscoloso, mangiando senza sosta ingrassava, trascurando il cibo dimagriva fino a ridursi a un fuscello. E non era pura estetica. Peso e allenamento incidevano su resistenza e forza: Rockstar voleva che le scelte del giocatore lasciassero un segno visibile. Il dettaglio arrivò fin nella sala di doppiaggio, dove Young Maylay registrò più versioni di alcune battute, modulando voce e respiro a seconda delle possibili condizioni fisiche del personaggio. Per un gioco del 2004, una cura maniacale.
Chi ha dato voce e vita a CJ
Dietro Carl Johnson c’è Young Maylay, nome d’arte del rapper Christopher Bellard, per cui San Andreas rappresentò la prima esperienza da attore. Il provino nacque quasi per caso: DJ Pooh, uno degli autori, era in riunione con Rockstar e chiamò Maylay mettendo il vivavoce, così che gli sviluppatori potessero sentire come parlava davvero, senza copione. La cosa funzionò: invitato a un provino vero, recitò anche alcune scene da Menace II Society e ottenne il ruolo. La scelta di un volto poco noto fu deliberata. Dopo aver affidato Tommy Vercetti a una star come Ray Liotta in Vice City, Sam Houser temeva che un attore troppo famoso finisse per fagocitare il personaggio. Maylay registrò per circa un mese a New York davanti a un copione monstre: CJ conta oltre 7.700 battute tra scene narrative e dialoghi di gameplay. Gli fu concesso di ritoccare alcune frasi per avvicinarle allo slang reale di Los Angeles, e qui la sua storia personale pesò molto, essendo cresciuto in una L.A. segnata da povertà e violenza. Non doveva inventarsi il mondo di CJ: in parte lo conosceva già. Non stupisce che finì per travasare nel personaggio pezzi della propria personalità.
Il volto è davvero il suo? Le controversie
Per anni si è creduto che l’aspetto di CJ fosse modellato sul suo doppiatore. La realtà è più sfumata: Maylay ha raccontato che il design del personaggio, canottiera bianca e jeans compresi, esisteva già prima del suo arrivo. Il suo contributo starebbe dunque nella voce, nei movimenti, nel modo di parlare e nel carattere, più che nei lineamenti. C’è poi chi ha rivendicato la paternità di CJ per vie legali. Nel 2010 Michael “Shagg” Washington citò Rockstar e Take-Two chiedendo 250 milioni di dollari: sosteneva di essere stato intervistato nel 2003 sul mondo delle gang e che l’azienda avesse poi usato la sua vita e il suo aspetto per costruire Carl Johnson senza riconoscergli nulla. La causa fu respinta, prima dalla Corte superiore di Los Angeles, poi in appello nel 2012, perché Washington non riuscì a dimostrare che CJ fosse una copia poco trasformata della sua persona. Fu contestato anche un dettaglio del suo racconto: i Cypress Hill negarono che avesse mai fatto parte del gruppo.
Da protagonista a icona (e a meme del modding)
L’accoglienza fu ottima fin da subito. Uno dei meriti di Rockstar fu evitare che Carl diventasse l’ennesimo stereotipo del gangster afroamericano: gli diede ambizioni, paure, legami familiari e una personalità che mutava con le scelte di chi impugnava il controller. Nel 2005 arrivò il premio come miglior eroe ai Golden Joystick Awards; l’anno dopo la candidatura ai G-Phoria come personaggio preferito, con Maylay in lizza per la miglior interpretazione vocale. Nel 2011 i lettori del Guinness World Records Gamer’s Edition lo collocarono al 22° posto tra i migliori personaggi videoludici di sempre. Ma la vera consacrazione è arrivata da un fronte inatteso: le mod. Il modello di CJ è diventato un classico della cultura del modding, quasi un rito, esce un gioco, e prima o poi qualcuno ci infila Carl Johnson. È successo con Armored Core VI, dove ha sostituito un enorme mech poco dopo l’uscita, ed è comparso nel remake di Silent Hill 2. Nel 2025 l’artista Aleksandr Silantyev di GSC Game World lo ha piazzato in S.T.A.L.K.E.R. 2: Heart of Chornobyl in compagnia di ospiti fuori contesto come Shrek e Thomas the Tank Engine. Ormai CJ è una specie di test definitivo: se un gioco è moddabile, prima o poi ci finirà dentro.
Quindi, chi è davvero CJ?
Forse la risposta è che non è una persona sola. È il punto d’incontro tra la scrittura di Rockstar North, la Los Angeles anni Novanta, la cultura hip-hop, il cinema gangster e l’interpretazione di Young Maylay. Con un ultimo, fondamentale co-autore: il giocatore. Perché ognuno ha avuto il proprio CJ. C’è chi lo ha reso una montagna di muscoli, chi lo ha lasciato secco, chi lo ha coperto di tatuaggi e chi lo ha vestito da gentiluomo. E poi c’è quello che, ogni volta che vede una bici parcheggiata vicino a Grove Street, sa già cosa sta per uscirgli di bocca.
Ah shit, here we go again.
